Lisetta Carmi, I travestiti.

Esaurito

Lisetta Carmi, I travestiti. Roma, Essedì Editrice 1972. In-4, cartone editoriale, pagine 164. Testi e fotografie in bianco e nero di Lisetta Carmi. Edizione originale. Dedica autografa di Lisetta Carmi all’occhiello. Mende al dorso (vedi foto).
I travestiti si mascherano, è vero, ma lo fanno per necessità. Hanno però il coraggio di fare quello che fanno e di affrontare una realtà spesso drammatica e violenta. Per molti di loro non esiste un’alternativa di lavoro: come uomini hanno un aspetto troppo femminile, come donne hanno l’impedimento dello stato anagrafico maschile. Sopportano stati di solitudine incredibile proprio perché da una parte la società li ricerca e dall’altra li isola, li obbliga praticamente a vivere in ghetti (a Genova il loro quartiere è proprio l’antico ghetto degli ebrei), ha paura di riconoscersi in loro. Li usa, li paga, li giudica: ignorando volutamente che sono esseri umani. Ma io credo che il giudizio che noi diamo degli altri è quasi sempre un giudizio che noi diamo di noi stessi: ciò che negli altri ci spaventa è in noi. E difendiamo noi stessi sempre offendendo quella parte di noi che rifiutiamo” (Lisetta Carmi, dalla quarta di copertina).
Cfr. Giampiero Mughini, La Collezione. Un bibliofolle racconta i più bei libri italiani del Novecento. Torino, 2009: “Tra i Photobook italiani additati da Parr, ce n’è uno che sovrasta gli altri. Ne parlo da vittima del libro di Marr, perché i Travestiti di Lisetta Carmi l’ho dovuto pagare salato e mentre fino a qualche anno fa lo trovavi per trecento-quattrocento euro. Oggi ce ne vogliono probabilmente cinque volte tanti. Solo che ha ragione lo studioso inglese, noi italiani non c’eravamo accorti dell’importanza di quel libro. Era il 1972, e lo stesso editore romano che lo pubblicò inorridì quando e se lo vide bell’e pronto. Ne aveva avuto il coraggio la Carmi, e per giunta una donna. Nata a Genova, aveva debuttato da pianista per poi dedicarsi alla fotografia a partire dal 1960. Aveva cominciato a scattare foto ai travestiti genovesi nel 1965, sette anni e duemila immagini scattate per approdare a quel libro. Raccontare i travestiti, quelli che sono drammaticamente al confine tra i due generi. Raccontare gente che viene pagata per quello che è, gente che viene respinta e isolata per quello che è. Un libro di foto che non erano ruffiane nemmeno un po’, tutto il contrario. Foto aspre, dure, laceranti tanto quanto era lacerata la condizione che raccontavano (…)”. 


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